Chi vince tra Usa e Cina - Azioni tech, meglio Usa o Cina? Intervento di Emilio Franco su I'Economia del Corriere della Sera

06.09.2021

Azioni tech, meglio Usa o Cina? Guadagnare nel duello delle regole

La stretta di Xi Jinping su finanza, giochi e commercio ha affossato i titoli cinesi che ora sono meno cari. Anche negli Stati Uniti le norme potrebbero penalizzare i Faang più aggressivi, dopo la nomina di Lina Khan a capo dell'Antitrust. In Borsa la tecnologia ha due facce che sembrano una lo specchio deformato dell'altra. Da una parte i colossi Usa, che hanno trascinato il Nasdaq ai massimi di sempre, in rialzo del 20% da inizio anno. Dall'altro il tech cinese, schiacciato da un giro di vite regolamentare che ha spinto il settore in territorio negativi, -10%, con i titoli di Internet precipitati addirittura a -3o%. I fondi cinesi più esposti all'innovazione hanno subìto, evidentemente, più di altri, perdendo terreno soprattutto rispetto ai fondi globali specializzati sulla tecnologia (vedi tabelle). Si è venuta a creare una spaccatura così profonda da giustificare un interrogativo: è forse tempo di distogliere lo sguardo dai Faang — l'acronimo che abbraccia Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google — per dare fiducia ai giganti del Dragone, Alibaba, Tencent e compagni? O la stretta delle autorità di Pechino, ancora in divenire e per certi versi imprevedibile, rischia di rovinare la festa? «L'impatto maggiore della terapia d'urto è ragionevolmente già stato assorbito:- una quota rilevante dell'incertezza legata agli interventi normativi è già riflessa nelle performance e nel divario valutativo accumulato rispetto agli Usa: si è aperta un'opportunità tattica per la tecnologia cinese — commenta Emilio Franco, AD di Mediobanca SGR —. Lo stesso Xi Jinping ha dichiarato che "sono stati già ottenuti risultati importanti"». Questo contribuisce a spiegare perché, ad esempio, gli analisti di Credit Suisse mantengano un giudizio positivo (outperform) a 12 mesi su nomi come Meituan (consegne a domicilio) e Tencent — conglomerato con attività diversificate, tra Internet, telefoni cellulari, intrattenimento e media — tra i più penalizzati dalla scure del Partito comunista (vedi box), o sulla fintech Hundsun Technology, accanto a nomi come Anta Sports, che commercializza attrezzature sportive. Eppure c'è chi rimane molto cauto e avverte: la stretta cinese non è ancora finita. Il magnate ungherese George Soros, ad esempio, ha affidato al Financial Times il suo j'accuse: «Xi non capisce come funzionano i mercati. Ritiene che tutte le imprese cinesi siano uno strumento a disposizione dello stato». Mario Unali, senior portfolio manager di Kairos rincara la dose: «Il rischio è serio: siamo di fronte a un cambio di paradigma secolare che riporterà la Cina nel solco di un'ortodossia socialista più vicina alla visione del partito rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi w anni». Ma poi precisa: «Non significa che non ci siano opportunità: non sarei stupito di vedere un rimbalzo tattico nel breve termine». Secondo Franco, la strategia migliore sarebbe quella di «posizionarsi sui settori dove si concentrano le priorità del governo, come le energie rinnovabili o il green tech». D'altra parte, l'azione delle autorità di Pechino va inquadrata nella giusta cornice: «Io non credo che abbiamo a che fare con una sistematica e indiscriminata campagna antimercato — annota Franco —. Molte delle iniziative governative mirano a garantire un sistema più concorrenziale, a migliorare la giustizia sociale, a rassicurare la lasse media cinese in aree come la cura della salute, l'accesso a istruzione di qualità. È probabile che *** si proceda a una riforma fiscale per redistribuire parzialmente la ricchezza accumulata negli ultimi decenni tra le mani di pochi. Così si mette in sicurezza la leadership politica dal rischio di una futura esplosione di tensioni sociali e si favorisce la creazione di un'area di stabilità e crescita positiva anche per gli investimenti». C'è un ulteriore fattore che mitigai rischi di un'implosione: «La Banca popolare cinese può permettersi di allentare la politica monetaria: ha già iniziato a farlo, a luglio, tagliando i requisiti minimi di riserva obbligatoria delle banche. Anche per questo motivo non mi aspetto un crash della tecnologia del Dragone», rileva Unali. Del resto, il rischio regolamentare non è una spina nel fianco squisitamente cinese. Anche negli Usa il settore sta sul chi va là, dopo la nomina di Lina Khan — nota per le posizioni dure nei confronti dei colossi del web — alla guida dell'Antitrust Usa, da parte del presidente Joe Biden, a giugno. In ogni caso, non basta guardare ai Faang per comprendere lo stato di salute della tecnologia. «Tra gennaio e maggio il settore cloud ha perso un terzo del proprio valore — osserva Unali — oltre i soliti noti, c'è un sottobosco di aziende che hanno ancora spazio per crescere. Inoltre, il peso della tecnologia nei portafogli è storicamente molto basso. Per chi fa gestione attiva, oggi si trovano più opportunità di acquisto che in passato», annota il gestore di Kairos, che precisa: «Questo vale a condizione che la normalizzazione di politica monetaria sia graduale: il tech, infatti, è un comparto molto sensibile all'aumento dei tassi». L' ultima campagna del presidente Xi Jinping è iniziata a novembre, con lo stop alla quotazione da 34 miliardi di Ant Group (Alibaba). Obiettivo: mettere ordine nel far west in cui sono proliferate le grandi aziende tecnologiche, partendo dal settore fintech, per gestire rischi legati al sistema bancario ombra. Poi sono arrivate le misure antitrust, che hanno penalizzato Alibaba e Meituan (consegne a domicilio). Infine la sicurezza dei dati e la privacy: questa volta sono finite nel mirino Didi (la Uber cinese), Kanzhun Leader Xi Jinping, il presidente della Repubblica Popolare. vuole ridurre il potere dei big dei tech (app cerca lavoro) e altre cinesi quotate a New York. In mezzo, iniziative varie che, su mandato di Xi, hanno messo la lente sui diritti dei lavoratori, formazione — i servizi di tutoring doposcuola sono stati trasformati in un settore non profit — fino ai dictat sul gaming, che limitano a tre ore alla settimana l'accesso alle piattaforme di giochi online per i minori di 18 anni. Un'altra tegola sulle quotazioni di Tencent e Neatease.

Articolo di PierEmilio Gadda, Economia del Corriere della Sera, 6 settembre 2021